martedì 9 marzo 2021

Praticante si diventa - #memories

 

Se si parlasse solo di quello che si sa, si starebbe molto spesso zitti. L’ho letto un mattino, sullo schermo sospeso sul binario della metropolitana.

Come ogni santa mattina, aspettavo il treno che dalla stazione termini doveva portarmi alla fermata di Lepanto.

Come ogni santa mattina, era pieno di gente, e io mi sarei proiettata dentro l’ultima carrozza. Quella vuota, nella quale avevo speranza di trovare posto a sedere.

Mi sarei “goduta” il quarto d’ora del viaggio. Avrei messo le cuffiette, o letto una pagina di libro, o ascoltato qualcuno dei musicisti improvvisati, che di tanto in tanto saliva sul treno e allietava i passeggeri.

Poi finalmente sarei arrivata a destinazione.

Avrei preso le scale, e sarei uscita dal lato del tribunale civile, o della sezione lavoro o mobiliare o quel che è, a seconda della cancelleria o dell’ufficio copie dove sarei dovuta andare.

Ritirare copie, richiedere. Fare la fila per entrare a depositare o ritirare atti di controparte.

Ad una certa ora, ci sarebbe scappato un caffè, o una colazione.

Dopo le 11 anche un pezzo di pizza, aspettando alla fermata il bus che mi avrebbe riportato a studio. Mi ricordo ancora quando al secondo anno di pratica, dopo 4 ore passate ai pignoramenti lavoro, finalmente avevo passato gli atti, e tutta trionfante ero uscita nel cortile con la bolletta in mano. Presa dall'entusiasmo, non avevo visto il gradino ed ero andata giù lunga distesa. Mi ero sbucciata un ginocchio e la mano sinistra, perché la destra non aveva mollato la presa nemmeno per parare la caduta. Un pezzetto di carta che mi era costato ore di sonno era più importante dell’integrità della mia faccia.

Degli avvocati di passaggio mi avevano raccolta e aiutata a rimettermi in piedi.

Quel giorno avevo mangiato un pezzo di margherita al testo enorme. Con la bolletta in tasca e la mano sinistra con un enorme livido sul palmo.

Arrivata, avrei scaricato gli adempimenti con l’avvocato. Avrei sistemato nei fascicoli le copie ritirate, avrei spillato le cartoline delle notifiche tornate, o quelle delle raccomandate a/r.

Si sarebbe fatta l’una, e avrei preso un altro bus, un’altra metro e sarei andata a mangiare un piatto di pasta a casa, che mi avrebbe fatto venire la sonnolenza appena avessi riguadagnato la metro nel senso contrario, per tornare a studio. Quando alle 4 lo statale staccava, il praticante ricominciava a lavorare.

Fotocopie da fare, fascicoli da preparare, note d’iscrizione a ruolo, la posta per il giorno dopo.

Se non si andava in tribunale, si andava all’ufficio postale. O al giudice di pace.

Qualche volta al tar col 2 da piazzale Flaminio. Il tram è meglio del bus e della metro.

Altre volte la trasferta. Civitavecchia, Perugia, che si stava più ad andare che a fare.

Latina. A Latina il giorno di santa Maria Goretti, che la procura apriva alle 11 ma di santo patrono no. Meno male che l’impiegato s’era mosso a compassione perché il termine era in scadenza…Che vita complicata…

Ogni tanto una telefonata. L’avvocato è impegnato sull’altra linea. O un cliente che bussava alla porta.

Così fino alle 7:30. Arrivederci, Avvocato.

Prendi un altro bus, prendi un'altra metro. Torna a casa. Mangia. Vai a dormire.

Domani lo rifacciamo.

Come ogni santa mattina.

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